PREMESSA: Salvatore è stato un infermiere in servizio per importanti compagnie petrolifere internazionali. Questo suo racconto deriva da una esperienza professionale in Arabia Saudita…

Non ero molto entusiasta di partire per lavoro in Arabia Saudita; avrei preferito gli Emirati Arabi, mi dicevano che erano più occidentalizzati, poi con il visto era più facile entrare e uscire in caso di necessità. Purtroppo bisogna andare dove c’è il lavoro e rispettare quando si firma un contratto. Così a malincuore accettai la nuova destinazione.

Con un volo Alitalia da Milano arrivammo di sera all’aeroporto di Dammam. Notai un po’ di confusione con lunghe file in attesa del controllo passaporti; al controllo se avevi con te dell’alcool o normali riviste Italiane, o altro materiale che potesse recare offesa al loro credo religioso, questo veniva sequestrato. Mi venne scoperto nel mio bagaglio a mano un piccolo atlante anatomico che mi venne sequestrato, con tanto di ricevuta scritta in arabo; sul retro però in un inglese scolastico e mal stampato si confermava che alla mia uscita da questa nazione, ne ottenevo la restituzione.

La conservo ancora, ma del mio atlante nulla ! Ci restai male, in fondo era uno strumento di lavoro come gli altri libri ad uso per attività sanitarie! Poi mi riferirono che i corpi nudi sono delle figure immonde ! Chi invece ingenuamente aveva acquistato qualche bottiglia di alcool, stessa veniva fracassata in un bidone vuoto di petrolio da un’ addetto che dal suo sorriso beffardo sembrava dire : ecco che fine fa il sangue del diavolo degli infedeli.

Loro Musulmani “Waabiti” appartengono ad una setta molto rigida dei dettami del Corano, inoltre detengono il monopolio dei luoghi sacri di Mecca e Medina, ove ogni anno si riversano milioni di pellegrini.
Passarono dei mesi prima che mi rendessi conto dove ero e cosa accadeva.
I quotidiani arrivavano se qualche connazionale veniva dall’Italia; esisteva solo un giornale in lingua Araba e il medesimo in Inglese di poche pagine, talmente edulcorato che valeva la pena non leggere. Tutto ciò che potesse mostrare un nudo veniva censurato con pennellate di inchiostro nero e talvolta strappato.
Noi vivevamo in un campo appartato cinto da filo spinato appena fuori il grande oasi di “ El HOFOUF”. Me lo ricorderò fino che campo ! Guardie private lo sorvegliavano.
Fu una mattina di venerdì che mi decisi di andare alla Medina ( Città in Arabo ).
Tale giorno è un giorno di festa come per noi la domenica e molti si recano in città per concludere affari , visitare il Suk ( Mercato ) ove la gente vende e compera. Grosse e lussuose macchine,assieme a piccoli camioncini pieni di agnelli o altre merci. In questa nazione non esistono luoghi di ritrovo, come bar , cinema o caffetterie; tutto è proibito. Il te’ più del caffè ti viene offerto dal commerciante che sicuramente ti vuole vendere qualcosa , o se sei invitato da una famiglia con dei dolci zuccherosi.
Così saputo che il venerdì si celebrava nella piazza della città una punizione esemplare come il taglio della mano per i ladri seriali, fui incuriosito e in compagnia del mio autista ci recammo nella piazza della città di Al Kobar distretto della regione di Al Hassa.
In attesa vidi un gruppetto di persone a lato della piazza che a poco a poco aumentava di numero assiepandosi e discutevano tra di loro; sembrava uno scambio di affari, un raccontarsi un’ evento sportivo. Tutti avevano la loro veste bianca, lunga fino ai piedi chiusa da bottoni bianchi detta in arabo Kalabia e le teste fasciate fino al collo con la tradizionale Keffia.
Era gente comune in un una mattina di festa; si salutavano abbracciandosi e schioccandosi per diverse volte dei baci sulle guance. Le loro voci furono interrotte dall’arrivo di un piccolo camion telato che si fermò quasi al centro della piazza e arrotolando i teloni mostrava che dentro il camion era sistemato un tavolino con sopra un contenitore somigliate ad una latta di pelati.
Due uomini uno dal contegno deciso e l’altro spaesato tanto da sembrare come qualcuno che viene svegliato all’improvviso dal sonno. Dopo pochi minuti arrivò un terzo uomo con la medesima foggia di abito degli altri spettatori che appena salito sul camion, declamò ad alta voce quasi una formula per dire che il Governatore di quella regione e principe reale aveva sentenziato questa punizione esemplare, concedendogli il taglio della sinistra perché così con la destra poteva ancora pregare.
Mi dissero che nella sentenza si trovavano le motivazioni per procedere al taglio della mano sinistra per avere rubato più di una volta.
Poi cominciò il rito. Il praticone, che venne con lui sul camion, con un bisturi suppongo, cominciò a scarnificare il polso della mano con decisione come di colui che ci sapeva fare; il punito socchiudeva gli occhi in una smorfia di lieve dolore poi il praticone gli immergeva la mano in quella latta che sicuramente conteneva un liquido giallo ma anche coagulante, parte però traboccando cadeva sul tavolo.
Non capivo come sopportava questo atrocità, sicuramente il punito era stato ben “ preparato” contro il dolore in modo tale da far spettacolo.
La scarnificazione durò per molti minuti, e già il coagulante contenuto nella latta aveva cambiato colore e il poveretto soffriva ; il terzo uomo arrivato gli si mise dietro e tenendolo per le spalle: sembrava che volesse sorreggere la vittima che ormai assumeva dal viso una posizione antalgica.
Fu un attimo, il praticone con mano ferma e un colpo bene assestato , stacco’ la mano dal polso e con enfasi la gettò con un volo nello spiazzo antistante.
Sentii un urlo tra l’assenso e la gioia della folla che si prolungò per qualche minuto, mentre la mano era volata sopra le loro teste e gocce di sangue si erano sparpagliate nell’aria calda per ricadere anche su qualcuno. La mano andò a
cadere tra la polvere della piazza che la gente aveva creato facendo il vuoto; ma molti ancora inneggiavano, altri gli sputavano.
Il caldo era diventato più opprimente e gli amici presero l’uomo punito che con il moncherino ben fasciato lo portarono via. Quando lo vidi passare quasi vicino a me notai che era giovane e con una barba ben curata, ma il suo viso era sempre più contratto nella posizione antalgica di prima, segno che l’antidolorifico andava scemando nel suo effetto. Il “pubblico” scemava come ad ogni fine di spettacolo.
La mano restava a terra, ad inumidire la polvere che prima era sabbia, molti ancora gli sputavano.
Chiesi a chi mi aveva accompagnato che fine faceva quella parte del corpo: mi disse che quando veniva il buio i familiari venivano a ritirarla. Per qualche giorno restai perplesso.
Feci molte riflessioni che qui non dico, e tuttora mi è rimasto tutto impresso assieme ad altri fatti, di analoga motivazione e maggiori conseguenze.
La Spezia – primavera - 2019